World of Warcraft

Ci siamo.

Lo avevo gia’ installato ma erano altri tempi. Io in quel periodo non facevo un cazzo, non avevo alcun tipo di relazioni umane, non avevo niente da perdere. E non successe niente. Giocai un po’ e poi per fortuna mi ruppi i coglioni. Ora la cosa e’ diversa, ma pur sapendolo, ho installato.

Ci ho messo una notte intera.

dettaglio fasi:

  1. L’account. Fatto un anno fa e mai piu’ usato. Le possibilita’, in queste  condizioni, di ritrovare una coppia utente/password sono infinitesimali. Ma io sono un ninja: ci ho messo solo un’ora e mezza.
  2. intanto ho fatto partire l’installer. sono solo 4 cd, che sara’ mai. due ore.
  3. Mi faccio un mese di abbonamento a battle net. Intelligentissimo perche’ parto settimana prossima e ancora piu’ intelligente perche’ ce’ un sofisticato meccanismo di “io ti rubo i soldi dalla carta di credito finche’ non mi dici tu che non vuoi”. Un sistema di pagamento pensato apposta per spillare enormi montagne di euro a persone come me. Non a caso, noto sollevando un sopracciglio, l’anno scorso non ho mai disdetto l’abbonamento (e ricordo anche perche’: avevo perso la password) e quello si e’ preso tutti i mesi i soldi dalla postepay finche’ non l’ha prosciugata.
  4. Mi faccio sei reminder su google calendar per ricordarmi di non dimenticare di disattivare questo perverso meccanismo.
  5. “inserire il cd numero 5″ dice il programma di installazione. Io pero’ ne ho quattro. Guardo attonito il monitor, cercando di capire come sia possibile che io debba inserire il cd numero 5 se io di cd ne ho solo 4. Ed e’ la folgorazione: ne ho perso uno. Conto istericamente le fessurine nella custiodia e trovo orripilante conferma ai miei timori.
  6. Dove cazzo ho messo il cd numero 5
  7. le speranze di ritrovare un singolo cd dopo un anno dal suo smarrimento sono, se possibile, inferiori a quelle di ritrovare una coppia nome/password.
  8. Seconda folgorazione: era rimasto dentro il pc e quando me ne accorsi lo incastrai tra la custodia del gioco e la parete della libreria. Ricordo distintamente che, ormai un anno fa, quando il mondo era ancora color seppia, pensai: “Sia mai che apro la custodia, e’ abbastanza vicino a dove dovrebbe essere per essere ritrovato”.
  9. E avevo ragione, cazzo.
  10. Metto da parte, per dopo, la riflessione sul fatto che sono disordinato e trascurato su tutto e che al minimo inconveniente di solito mollo li quello che sto facendo. Cosa che, inspiegabilmente, non avviene in questo caso. Combatto, risolvo colpo su colpo le sfighe del destino, cerco con accanimento un cd perso, lo trovo, proseguo caparbio…
  11. Il gioco finalmente E’ INSTALLATO. solo tre ore, un’inezia.
  12. sono felice come un bambino, mi tremano le mani e sudo copiosamente
  13. download aggiornamenti
  14. sono 670 mega

Niente, ci ha messo altre due ore per scaricare, un’ora per fare la patch, poi si e’ riavviato e io mi sono ritrovato al punto 11. Purtroppo all’11 sono seguiti un 12, un 13 (bestemmia, ma con una punta di apertura all’ottimismo: magari era una mega point release, ora ce’ un aggiornamentino da 6k) e sopratutto un 14 da UN GIGA E MEZZO.

Alche’, sconfitto ma a testa alta, vado a letto.

Snowmen Army field artillery

Sono molto contento perche’ dopo circa un anno che non mi muovo da Milano nel week end, quando decido di farlo la natura decide di mostrare che un cambiamento climatico e’ EFFETTIVAMENTE in atto e che EFFETTIVAMENTE l’Italia sta diventando un paese tropicale e quindi che EFFETTIVAMENTE abbiamo anche noi qualcosa di simile a una stagione dei Monsoni.

Parto venerdi’ notte e trovo uno dei peggiori (e persistenti) temporali della storia, ritorno sabato notte e trovo uno dei peggiori temporali della storia.

Dico solo che ho dovuto affrontare le seguenti calamita’ naturali:

  • Pioggia Parossistica. La terza velocita’ del tergicristallo, quella che non si usa mai e che quando la attivi per sbaglio fa ridere e scuote tutta la macchina, quella posizione estrema della leva sconosciuta ai piu’, beh, e’ stata il leitmotiv di entrambi i tragitti. E non vedevo comunque un cazzo.
  • Albero Caduto in mezzo alla superstrada. E noi pochi audaci viaggiatori costretti a girarci intorno con il tetto della macchina lambito dai rami, dicendo a se stessi che tutto cio’ e’ incredibile e “pensa se cadeva mentre passavo”.
  • Gente che Aveva Paura di Uscire dalla quiete della galleria e rigettarsi in quel fottuto inferno, tipo “no! ho detto NO! IO NON CI TORNO IN QUELL’INFERNO! NON CI TORNO IN QUELL’INFERNO! ANDATECI VOI A MORIRE IO RESTO QUA LASCIATEMI QUA HO DETTO NON V..” dopodiche’ in genere il personaggio del film sul vietnam muore. Invece nella galleria qualcuno ha suonato il clacson con noncurante disprezzo e tutte le macchine ammucchiate pavidamente sul limitare della stessa, con le loro quattro brave frecce lampeggianti, e i relativi guidatori pusillanimi che guardavano fuori impauriti (io ero tra quelli) si sono riscosse come riportate alla realta’ e, una alla volta, timidamente ma con ritrovata fierezza, si sono gettate di nuovo nella furia degli elementi.
  • Pozzanghere tipo “Mosè”. Quando ci cadi dentro a 120 all’ora scopri che sotto di te non ce’ piu’ asfalto ma acqua. E non solo sotto di te, denoti con sgomento, ma anche ai due lati della macchina come le pareti del mar Rosso domato dall’intercessione divina. Attimi di panico perche’ avrei umilmente dovuto sterzare per evitare il guardrail in rapido avvicinamento, ma quando delicatamente azionai lo sterzo e questo non sorti’ nessun tipo di effetto (sensazione simile la provavo spesso da piccolo sulle giostre, dove c’erano le automobiline con il volante che girava a vuoto. Umiliante anche per un bambino di 3 anni. E psicologicamente insidioso) pensai che forse ero morto e quindi bestemmiai, per coerenza. Poi vabe’, la mia infinita perizia di guida e il mio proverbiale sangue freddo hanno fatto il resto e non sono morto.
  • Tiro dell’Artiglieria da Campo degli Uomini di Neve. Gigantesche palle di ghiaccio hanno iniziato ad abbattersi tutto intorno a me. Qui non c’era scampo, non potevo cavarmela schivando, cosi’ mi sono nascosto sotto un cavalcavia molto robusto.

Un week end fighissimo.

L’LHC, o il trionfo di Thanatos

Mi dicono che tra un mese accendono l’LHC, ossia lo strumento che l’umanita’ ha scelto per dare seguito a quella pulsione autodistruttiva troppo a lungo rimasta latente. Si sa che le cose latenti ribollono un po’, sommessamente a volte, in modo piu’ energico altre. Si vedano i suicidi per il primo caso, le guerre per il secondo. La cottura pero’ e’ ormai ultimata, ci siamo rotti i coglioni di noi stessi e lo abbiamo fatto giusto un attimo (storicamente parlando) prima dell’arrivo della singolarita’ tecnologica che ci avrebbe per sempre liberato dalla paura della morte (e quindi, in ordine decrescente di assurdita’, anche da: Dio, i preti, i medici, gli psicologi). Avremmo potuto finalmente digitalizzare le nostre menti e vagare liberi per la rete annullando spazio tempo e fastidiosi limiti fisici. Per sempre. Avremmo potuto creare quindi un software raffinatissimo all’interno del quale, a partire da poche semplici regole, piccoli ed elementari automi avrebbero potuto vivere ed evolversi e, magari, un giorno iniziare a chiamarci Dio. Tipo quello che facciamo noi. In effetti inizierebbero forse anche a bestemmiare e la cosa potrebbe non piacermi, ma in tal caso mi riservo il diritto di resettare la macchina e sterminarli tutti.

Comunque, no. niente di tutto questo. Perche’ abbiamo deciso di accendere la centrifuga per buchi neri e smettere di soffrire. Come un cazzo di maratoneta che dopo 4 milioni di kilometri impazzisce e si getta sotto un tir che sfreccia nella corsa a fianco, ancora aperta al traffico per non turbare eccessivamente la viabilita’.

Io, per quel che mi riguarda, cerchero’ almeno di non guardarci dentro perche’ ho paura che mi risucchi le palle degli occhi.

Fossi Gandalf direi: “fuggite, sciocchi”

Il taxista e la concezione manichea dell’universo

Sto prendendo una medicina per la mia sindrome di morte, sindrome che mi affligge da ormai un paio di settimane impedendomi di godere delle occasioni mondane e di tutti quei piccoli eventi sociali che rendono cosi’ speciale la vita di un giovane a Milano. Fatto sta che stamattina, forse eccessivamente rinvigorito dall’assunzione delle mie goccine (che tra l’altro riportano sulla confezione un bellissimo pittogramma “no al doping”) mi sono reso conto che stavo guidando come Ace Ventura e che avevo appena flashato una precedenza, come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo, sbarrando la strada ad un taxista che non mi ha inseguito per uccidermi, come e’ loro costume fare in casi analoghi, solo perche’ era al telefono (e qui evidenzio un altro piacevole effetto di potenziamento cognitivo indotto dalla medicina: mi sono accorto di aver violato la precedenza, ho fatto manovra diversiva, ho chiesto scusa con un cortese ma disinvolto gesto della mano, ho notato la marca degli occhiali da sole del taxista, ho notato che era al telefono senza auricolare, ho rilevato quindi la marca del cellulare e poi con disappunto anche quella del dopobarba. Tutto in una infinitesima frazione di secondo) e, visto che stava al telefono, probabilmente nella zona subcorticale del suo cervello ha preso forma il dubbio di non essere nel giusto. Io infatti quando sono al telefono mi sento in colpa e dubito di tutto, anche dell’interpretazione del colore dei semafori e del numero dei miei arti.

Quindi diciamo che mi e’ andata bene, perche’ i taxisti sono molto cattivi, non hanno modo di sperimentare in modo normale tutta quella rosa di interazioni umane che altri lavori invece consentono. E di conseguenza tutto si polarizza, nelle loro vite infelici, in due modi dell’essere: cortese e amichevole nei confronti di tutto  cio’ che e’ dentro il loro spazio vitale (l’automobile) e brutale violento e aggressivo con cio’ che invece e’ ostilmente al di fuori (il mondo).

Non lo dico cosi’ a cazzo, ho sperimentato questo stato di cose mentre andavo in stazione, un’alba di due settimane fa: il mio taxista era un omino minuto, che riusciva a guardare fuori dalla macchina solo grazie ad un raffinato gioco di specchi, che si esprimeva in modo garbato e lievemente femmineo. Non che ci sia stato tutto questo gran dialogo, io ero in coma irreversibile, gettato sul sedile posteriore con un filo di bava che mi colava dalla bocca semiaperta e concentrazioni quasi letali di acido lattico nei muscoli della fronte, stremati nello sforzo di tenere gli occhi aperti. In ogni caso era una persona delicata e gentile.

Senonche’ ad un certo punto un tizio ci taglia la strada in modo criminoso (tipo io questa mattina) e il mio taxista frena bruscamente facendo tra l’altro volare dal sedile lo zaino con portatile. E li ho finalmente visto il suo lato oscuro: “CHE TESTA DI CAZZO, IO LO AMMAZZO. SONO I COGLIONI COME QUELLO CHE FANNO I MORTI MALEDETTO STRONZO TESTA DI CAZZO GUARDA SOLO PERCHE’ CI SEI SU TU - si noti che non mi dava piu’ del Lei - NON LO INSEGUO PERCHE’ SENNO LO ANDAVO A PRENDERE QUELLA TESTA DI CAZZO E TI GIURO LO SCASSAVO DI BOTTE - e qui non era molto convincente - PERCHE’ A QUELLA GENTE IO NON CI PARLO NEMMENO ME LI VADO A PRENDERE E POI LI AMMAZZO DI BOTTE SENZA NEMMENO PARLARCI MALEDETTA TESTA DI CAZZO… ” e via cosi’ ancora per alcuni minuti. Io che potevo fare, gli davo ragione, sottolineavo con espressioni di assenso e partecipazione i momenti di acme. Poi si e’ calmato, siamo arrivato in stazione e io, nascondendomi dietro il poggiatesta per un istintivo senso di prudenza, gli ho chiesto la ricevuta. Lui, ormai tornato allo stato iniziale di quiete, mi risponde con la sua voce gentile e delicata che certamente non c’e’ nessun problema te la faccio subito e buona giornata.

Comprensibilmente l’uso della terza persona per rivolgersi al cliente si era ormai irrimediabilmente perso a causa del mortale pericolo corso insieme, che ci rendeva un po’ fratelli.

In ogni caso non sono psicofarmaci o altre cose orrende, sia chiaro. Gocce per alzare la pressione.

grazie ATM, Milano ti ama

Maledetti cani rognosi infami. Io odio l’ATM. E non me ne frega un cazzo del perche’ scioperano, fosse anche per salvare la piccole foche candide uccise a bastonate dai bracconieri. Fosse anche per salvare i bambini poveri che muoiono mangiati dalle mosche.

Se io mi alzo alle sette e quarantacinque, esco di casa alle otto (anticipo le obiezioni femminili del tipo “non si puo’ fare letto-automobile in 15 minuti” dicendo che faccio solo le seguenti cose: 5 minuti per capire dove sono e perche’, 1 minuto per superare la frustrazione derivante dal non avere risposta per la seconda domanda ma solo per la prima, 30 secondi per vestirmi, 7 minuti a guardare la mia immagine nello specchio senza vederla pensando a quanto e’ orribile la vita,  1.30 minuti per lavarmi sommariamente faccia/denti/ascelle, 0 minuti per arrivare alla macchina perche’ la macchina e’ parcheggiata a circa due metri in linea d’aria dal mio letto. Sicuro di aver dimostrato la fattibilita’ della cosa, chiudo questa breve ma doverosa parentesi), se esco di casa alle otto, dicevo, per essere sicuro di arrivare al lavoro ad un’ora decente e appena messo in moto trovo un mucchio di macchine tipo una sopra l’altra che sostanzialmente gia’ mi impediscono di uscire dal parcheggio, beh, sono bestemmie.

Poi, dopo un’oraemmèzza e un pacchetto di sigarette fumate due a due, finalmente arrivo al lavoro accarezzando l’idea di trovare vendetta nei confronti dei dannati infami scrivendo questo post di vibrata protesta. Alche’ mi ci metto, comincio, e vengo immediatamente interrotto dall’inizio di una riunione (anzi meeting) e devo piantare tutto li.

Questo post non avrebbe mai visto la luce, quindi, se non fosse che oggi, alle porte di agosto, in una citta’ svuotata di tutti i fastidiosi marmocchi e relative mamme concubine in clk e suv, beh, anche oggi c’era traffico. Un traffico malefico e cattivo, roccioso: il mio odio per l’ATM si e’ immediatamente ravvivato, e’ risorto dalle sue ceneri ancora calde perche’, ne sono sono sicuro, hanno fatto cosi’ macello ieri che l’ingorgo e’ durato tutta la notte e quello che ho visto io, oggi, era sempre lui, lo stesso traffico di ieri invitto.

Al prossimo sciopero faccio saltare in aria un autobus pieno di bambini che vanno a scuola (questa affermazione non e’ da intendersi come una rivendicazione anticipata. Cioe’ se lo faccio davvero poi lo dico, non e’ che alla prima strage di marmocchi voi sbirri infami venite da me perche’ l’ho scritto chissaquando prima. Sia chiaro.)

E venne il giorno

Bella merda.

In the Name of the Emperoooooooooooooorrr

Il terreno e’ complesso, vasto, completamente sconosciuto. Terreno difficile, angusti lembi di terra asciutta che si diramano in una fetida palude di fanghi bruni. Fetida, ed e’ sempre una spiacevole sopresa scoprirsi disgustati, ancora una volta, per un tanfo ripugnante. In quante galassie avro’ combattuto? Attraverso i miasmi pestilenziali di quante migliaia di paludi ho guidato i miei uomini? E la natura pare disporre di infiniti modi, sempre nuovi, per nausearmi.
E sono qui, in mezzo alle nebbie, su questo terreno zuppo d’acqua, che cerco di entrare in sintonia con questo maledetto sfortunato pianeta. Sono qui perche’ poco piu’ in la, immersi nelle nebbie, ci sono altri due eserciti, altri due comandanti, e solo uno tra noi tre potra’ andarsene da qua sulle sue gambe. Vittoria o morte. Gia’, “vittoria o morte”. Innumerevoli lunghissimi anni disciplinati da questo elementare, lapidario motto; spesi sui campi di battaglia di questo universo cosi’ grande che tutto sembra fermo e allora noi combattenti, perche’ l’angoscia di questa indifferente fissta’ ci e’ intollerabile, siamo a nostro agio in mezzo ai proiettili. Sono semplici, vanno dritti, uccidono.
Oggi, mi domando come ogni volta, cosa scegliera’ l’Imperatore per me? Vittoria o morte?

No, non moriro’. Nemmeno questa volta, e ne sono certo ora che vedo i miei soldati caricare il kerosene negli hellhound, allineati in ordine perfetto nel fazzoletto di terra quasi asciutta sul quale le strutture di comando e produzione, massicci mostri d’acciaio e titanio, stanno per essere ultimate.

Verificano che tutto sia a posto, lanciando lunghissime e micidiali lingue di fuoco nell’aria umida e fredda.
Il calore mi investe, l’odore del napalm mi inebria. Inspiro a pieni polmoni, invoco la benevolenza dell’Imperatore, e con voce tonante, una voce che deve sovrastare, sul campo, il tuono di mille cannoni, chiamo a raccolta i miei uomini.
E’ ora di combattere.

Poi Vabe’, combattuto si e’ combattuto. Ho spazzato via i dannati space marines di Fred, ho riorganizzato le linee, e poi quel perfido cane rognoso di Luca mi ha massacrato come un tir contro un bambino sul triclico.
Risultato? Mi trovo all’una di notte con un mal di testa zombie, e un vago senso di colpa per non essere andato in palestra perche’ “no ragazzi stasera non ce la faccio, sto a casa a riposarmi”.
Riposarmi un cazzo, se la combattevo davvero, quella guerra, ero meno stanco. Forse morto, ma meno stanco.

windows e’ un cane rognoso - 2

senza contare che poi io sono la persona piu’ pigra del mondo, e visto che al lavoro mi hanno dato un pc diciamo vecchio, e visto che windows ad avviarsi ci mette diciamo troppo, beh, io non ho cagato per niente quella finestra maledetta e che il demonio si porti il tipo che l’ha inventata. Non la cago una volta, non la cago due volte, non la cago dieci volte. alla centoundicesima volta che non la cago (eh si, perche’ si sappia, io una volta non l’ho cagata per tutto il giorno, passando otto lunghe ora a schiacciare “riavvia piu’ tardi”) mentre stavo giostrando in modo piuttosto acrobatico diverse decine di finestre su due distinti monitor, ci clicco sopra per errore. su “riavvia”, ovviamente.

Ovviamente, non faccio in tempo a salvare niente, la presentazione bellissima che stavo facendo non era stata saltata, e dentro di me qualcosa e’ morto.

Windows e’ un cane rognoso

Perche’ odio Microsoft? A pelle. Senza ragione. Mi sta sul cazzo come fanno le cose, odio il look and feel delle loro merdose interfacce. Vorrei avere Microsoft davanti e fare due ore di sacco con la sua faccia. Odio la finestra di messenger perche’ e’ grossa, ingombrante, stucchevole, ampollosa, ricchiona.

Ma c’e’ una cosa, su tutte, che mi fa venire voglia di andare a Redmond e fare tipo Terminator quando entra nella stazione di polizia perche’ desidera ardentemente Sarah Connor. Ed e’ quella cazzo di odiosa finestra che ti minaccia. Si ti minaccia di spegnerti il pc, perche’ windows, quel cane rognoso senza dio, vuole installare gli aggiornamenti.

E’ una bestemmia, un sopruso, una intollerabile prepotenza, uno strafalcione concettuale, una merda secca che solca l’aria e ti colpisce al volto.Non ha proprio nome il disappunto che provo in momenti tipo QUESTO:

Come perdere un cliente in pochi istanti

Vado a ritirare il vestito in tintoria. Sono sveglio da circa venti secondi, e il mondo esterno e’ tipo come lo vede frodo quando mette l’anello.

“Sono sette e sessanta”

Allungo dieci euro, facendo bene attenzione a muovere solo i muscoli strettamente necessari a portare la banconota dalla tasca al bancone.

“Ah, eh, hum. Non ha moneta?” chiede la tizia, con aria un po’ offesa. “No.” ringhio. “Eh, ehm, allora facciamo cosi’, vado a vedere al panettiere qui di fianco se hanno moneta” ribatte lei, mentre rovista in un gigantesco portafogli, di quelli da donna pieni zeppi di scontrini e stronzate, che tintinna incongruamente come se contenesse trecento euro in ramini. “Anzi, facciamo cosi’: vada lei a cambiarli, per favore” sentenzia, posando il portafogli sul banco con quel suono che si sente nei film di pirati, quando Barbanera posa il sacco di dobloni sul tavolaccio nella taverna del Teschio Incazzato.

Alzo mezzo sopracciglio e infilo la porta, alla volta di questa cazzo di panetteria. Controllo che la macchina in tripla fila non sia stata oggetto di vandalismo e che non ostruisca troppo il naturale fluire del traffico mattutino, e mi infilo nel negozio. Visto che mi sento uno scroccone anche solo a farmi cambiare le monete, chiedo una focaccia con le olive e allungo i dieci euro di prima, che ritrovo con un certo stupore esattamente tra pollice e indice della mano sinistra, dove li avevo lasciati.

“Ha mica un euro? Non ho da darle il resto..” chiede la commessa, con leggero tono di rimprovero.

Bestemmio tra me e me, con cattiveria, cerco un euro, glielo tiro in faccia fortissimo centrando l’occhio destro (non e’ vero, lo appoggio delicatamente nell’apposito piattino sul banco. E sorrido pure), saluto e me ne vado. Occhiata alla macchina e mi infilo nel negozio successivo, un bar. Mi merito uno sguardo di muta disapprovazione, ma ottengo le monetine: ho cambiato un euro in una nuvola di polvere di monetine di rame. Trotterello soddisfatto verso la tintoria, entro, e verso sul bancone il mucchietto tintinnante.

“Ah no, guardi, mi ero sbagliata. Ecco qua” e cosi’ dicendo, sorridendo con cattiveria, rovescia una carriola di monete sul banco. Mi sfila i dieci euro dalla mano, sposta a due mani il mucchio corrispondente al mio resto e getta uno sguardo vagamente disgustato alle mie minuscole monetine: “Ah no, quelle se le tenga!”.

Come dire, io non ci vado piu’.