“No perche’ devi capire che io ho un progetto” - dice stravaccato di sbieco sulla sedia, gamba accavallata, tenendosi il mento con posa dandy - “che io sono un visivo, come te”. Annuisco, cercando di restare passabilmente serio e congruamente interessato. “Siamo dei visivi, e quindi ci capiamo” - cambio di postura, ora mi si fa piu’ vicino, chinandosi in avanti fino a superare abbondamente la sfera immaginaria oltre la quale, a meno che non si voglia limonare, si prova disagio. E io sono ovviamente a disagio. Questo genio quindi, a una spanna dal mio naso, continua con trasporto: “Vedi, qua intorno e’ pieno di pezzenti, di ignoranti. Sono case popolari non capiscono un cazzo. E i pezzenti il linguaggio visivo non lo colgono. Capisci dove voglio arrivare?”. Gesticola in modo isterico, si tocca la faccia in modo convulso, e’ completamente ubriaco. Mi affretto a fare si con la testa, penso che forse in questa piccola pausa nella fiumana di stronzate in cui sono incappato posso dire il mio (inutile) parere, giusto per dare l’idea che il contraddittorio mi sia di qualche interesse. Macche’, il tempo di inspirare per emettere suono, che il pazzo furioso ricomincia. “Vedi, ma io ho capito cosa intendi tu, io ho capito la tua idea” - e si rimette in quella grottesca posa da raffinato libertino - “Ti capisco perfettamente. E’ il simbolo che rimane impresso, non la parola. Ma solo per chi ha il quoziente intellettivo, la sensibilita‘ per percepirlo. Io ho fatto corsi di memorizzazione rapida, sono estremamente intelligente, puoi farmi vedere una sequenza di cento numeri e io te la ripeto al contrario. Puoi darmi un libro, io dopo 5 minuti te lo rido’ e ti so dire tutti i passi” - e si agita, e gesticola, e si riempie di grappa il bicchiere. E’ vestito come un ragazzino, con tanto di fibbia enorme alla cintura di un qualche stilista per salumieri arricchiti, ma avra’ passato il quaranta. Prosegue, senza perdere abbrivio nemmeno per un istante: “E quindi io lo so, perche’ ho studiato, che e’ l’immagine il messaggio piu’ forte.” - pausa strategica, io affetto aspettazione, lui indugia con l’indice alla tempia. Mi rifila una sguardo di intesa, febbrile, poi riprende: “Perche’ ti dico questo, stiamo parlando di esimi contrari, e’ in aperta contraddizione con cio’ che ti ho detto fin’ora, lo so.” - e’ trionfante, la gestualita’ e’ raccapricciante, la posa da dandy e’ parossistica ma lui puo’ ben permettersela perche’ ha detto “esimi contrari” - “Te l’ho detto per farti capire che io so di cosa stai parlando, lo so e sono d’accordo. Sono esimi contrari, capisci?”.
Io sono estasiato, lancio uno sguardo veloce al mio amico, sventurato e involotario socio del folle, e noto in lui una punta di disperazione. Torno sul mio “interlocutore”, e vedo che e’ zitto, mi fissa e attende gia’ da alcuni secondi una mia risposta. Vuole sentire, ora, come la penso. Io inizio, cerco di rispondere ma non so bene a cosa. Comunque ci provo e lui, dopo mezza frase, si alza di scatto urlando qualcosa di insensato. E corre via verso la porta.
Non mi dilungo oltre, ma sappiate che alla cena che e’ poi seguita hanno partecipato, oltre al pazzo, me e il mio amico, un ex culturista fascista che ha avuto due volte la gotta ed era incazzato perche’ l’indomani cadeva il 25 aprile, un venditore libanese di registratori di cassa, uno zoppo che affitta case alle “massaggiatrici” tailandesi e che ha cercato di spacciare magliette tarocche ai commensali. I tre bicchieri di Braulio a stomaco vuoto hanno fatto il resto.
