Sto prendendo una medicina per la mia sindrome di morte, sindrome che mi affligge da ormai un paio di settimane impedendomi di godere delle occasioni mondane e di tutti quei piccoli eventi sociali che rendono cosi’ speciale la vita di un giovane a Milano. Fatto sta che stamattina, forse eccessivamente rinvigorito dall’assunzione delle mie goccine (che tra l’altro riportano sulla confezione un bellissimo pittogramma “no al doping”) mi sono reso conto che stavo guidando come Ace Ventura e che avevo appena flashato una precedenza, come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo, sbarrando la strada ad un taxista che non mi ha inseguito per uccidermi, come e’ loro costume fare in casi analoghi, solo perche’ era al telefono (e qui evidenzio un altro piacevole effetto di potenziamento cognitivo indotto dalla medicina: mi sono accorto di aver violato la precedenza, ho fatto manovra diversiva, ho chiesto scusa con un cortese ma disinvolto gesto della mano, ho notato la marca degli occhiali da sole del taxista, ho notato che era al telefono senza auricolare, ho rilevato quindi la marca del cellulare e poi con disappunto anche quella del dopobarba. Tutto in una infinitesima frazione di secondo) e, visto che stava al telefono, probabilmente nella zona subcorticale del suo cervello ha preso forma il dubbio di non essere nel giusto. Io infatti quando sono al telefono mi sento in colpa e dubito di tutto, anche dell’interpretazione del colore dei semafori e del numero dei miei arti.
Quindi diciamo che mi e’ andata bene, perche’ i taxisti sono molto cattivi, non hanno modo di sperimentare in modo normale tutta quella rosa di interazioni umane che altri lavori invece consentono. E di conseguenza tutto si polarizza, nelle loro vite infelici, in due modi dell’essere: cortese e amichevole nei confronti di tutto cio’ che e’ dentro il loro spazio vitale (l’automobile) e brutale violento e aggressivo con cio’ che invece e’ ostilmente al di fuori (il mondo).
Non lo dico cosi’ a cazzo, ho sperimentato questo stato di cose mentre andavo in stazione, un’alba di due settimane fa: il mio taxista era un omino minuto, che riusciva a guardare fuori dalla macchina solo grazie ad un raffinato gioco di specchi, che si esprimeva in modo garbato e lievemente femmineo. Non che ci sia stato tutto questo gran dialogo, io ero in coma irreversibile, gettato sul sedile posteriore con un filo di bava che mi colava dalla bocca semiaperta e concentrazioni quasi letali di acido lattico nei muscoli della fronte, stremati nello sforzo di tenere gli occhi aperti. In ogni caso era una persona delicata e gentile.
Senonche’ ad un certo punto un tizio ci taglia la strada in modo criminoso (tipo io questa mattina) e il mio taxista frena bruscamente facendo tra l’altro volare dal sedile lo zaino con portatile. E li ho finalmente visto il suo lato oscuro: “CHE TESTA DI CAZZO, IO LO AMMAZZO. SONO I COGLIONI COME QUELLO CHE FANNO I MORTI MALEDETTO STRONZO TESTA DI CAZZO GUARDA SOLO PERCHE’ CI SEI SU TU – si noti che non mi dava piu’ del Lei – NON LO INSEGUO PERCHE’ SENNO LO ANDAVO A PRENDERE QUELLA TESTA DI CAZZO E TI GIURO LO SCASSAVO DI BOTTE – e qui non era molto convincente – PERCHE’ A QUELLA GENTE IO NON CI PARLO NEMMENO ME LI VADO A PRENDERE E POI LI AMMAZZO DI BOTTE SENZA NEMMENO PARLARCI MALEDETTA TESTA DI CAZZO… ” e via cosi’ ancora per alcuni minuti. Io che potevo fare, gli davo ragione, sottolineavo con espressioni di assenso e partecipazione i momenti di acme. Poi si e’ calmato, siamo arrivato in stazione e io, nascondendomi dietro il poggiatesta per un istintivo senso di prudenza, gli ho chiesto la ricevuta. Lui, ormai tornato allo stato iniziale di quiete, mi risponde con la sua voce gentile e delicata che certamente non c’e’ nessun problema te la faccio subito e buona giornata.
Comprensibilmente l’uso della terza persona per rivolgersi al cliente si era ormai irrimediabilmente perso a causa del mortale pericolo corso insieme, che ci rendeva un po’ fratelli.
In ogni caso non sono psicofarmaci o altre cose orrende, sia chiaro. Gocce per alzare la pressione.

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